MIO CUGINO IL FASCISTA - VINCENZO CIAMPI
... che anche questo romanzo è andato.
Ho appena ultimato l'opera prima di Vincenzo Ciampi (non so se vi è qualche parentela).
Chi frequenta questo blog sa che è lungo tempo che si trova sul mio comodino e ciò non deporrebbe a favore del testo, ma gli amici sanno anche che nell'ultimo periodo ho scritto pochissimo, quindi è evidente come il tempo disponibile fosse realmente poco ( a causa di un brutto affaraccio del quale forse parlerò in futuro).
Dunque, caro Vincenzo, la lunghezza del tempo a te dedicato non è riconducibile alla limitata fruibilità del tuo scritto o ad una sua latitante piacevolezza: è stata solo colpa mia.
Il romanzo parte un po' in sordina, in verità. Mi è sembrato che l'inizio fosse un po' lento, con qualche caduta di ritmo, ma posso assicurare che è un crescendo. La storia finisce col prendere il lettore per scaraventarlo nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, tra Roma, Milano, la Svizzera, in un ping pong tra partigiani e simpatizzanti del fascio.
Il protagonista, Michele, ha anch'egli un avvio lento. All'inizio è un po' insicuro, quasi imbranato direi, e si muove in equilibri interpersonali come un elefante in una cristalleria. Gli fa da contraltare il cugino, Alessandro (Alex per gli amici del jet-set che frequenta abitualmente). Il primo, infatti, anche in una contesa di portata incommensurabile come quella tra fascisti e Resistenza, non ha deciso dove collocarsi e quasi non lo decide mai, lascia che siano gli eventi a portarlo verso quella che solo a posteriori riconoscerà come la retta via, contro i nazisti, per la Democrazia. Il secondo, invece, ha razionalmente scelto da quale parte della barricata stare (ovviamente quella sbagliata) ma non ne esce ammantato di negatività dalla penna dell'autore, perché è un passionale, sta sbagliando, ma ci crede in quelle idee, le persegue fino in fondo ed a prezzo di qualunque sacrificio, anche quando è chiaro pure a lui come la giustizia si trovi sulla strada che lui continua a non voler prendere.
Più ci si inoltra nelle pagine del romanzo più si percepisce l'ambientazione di quegli anni che all'inizio è abbastanza evanescente. I personaggi emergono dalla bidimensionalità del foglio di carta per mettere a nudo la loro forza o la loro debolezza interiore, soprattutto il protagonista risulta via via più prossimo al lettore per la propria umana fragilità, fino a coinvolgerlo fortemente nel proprio dramma e nella propria passione. Ho ritrovato tra le persone che si muovono nella storia la personificazione di importanti caratteristiche umane, la saggezza degli anni in Aristide, la sagacia dell'intelligenza in Anna, la bramosia dell'autoafferamzione sociale in Ines, la fanciullezza bruscamente interrotta in Michele, la matura consapevolezza di essersi sbagliati in Alex.
La storia appare abbastanza vera da far riflettere e trasporta piacevolmente in un'altra dimensione.
Un appunto all'editor: c'è qualche refuso che andava opportunamente evitato; in secondo luogo, capisco come Vincenzo fosse rapito dalla storia che prendeva forma sotto le proprie dita, mentre prima della pubblicazione qualcuno avrebbe dovuto accorgersi che non è chiaro come Alex fosse cugino di Michele, visto che in un primo passo "...Alex per tutti noi, era figlio del fratello di mia madre", mentre due pagine dopo" ...mia madre si sforzasse di supplire alla passività della sorella, atteggiandosi spesso a vice-mamma del nipote...".
Infine, parte del piacere mi è stato tolto dalla lettura in copertina del rinvenimento del cadavere di Alex. Trovo che rivelare a priori che fine faccia il coprotagonista non sia mai una buona idea, nè dal punto di vista commerciale, né, soprattutto, da quello narrativo.
Bravo Vincenzo, mi sembra davvero un ottimo inizio.
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