venerdì, 03 novembre 2006

ON WRITING – STEPHEN KING

... che è davvero bello quando un libro ti sorprende e scuote profondamente. La mia ultima fatica è quello strano testo scritto dal Re dell’horror allo scopo di rispondere alla domanda che avrebbe voluto sentirsi porre durante le interviste e che tutti si sono ben guardati dal fare: il linguaggio? Ebbene si, il linguaggio utilizzato nei suoi romanzi è la base del suo successo, più che da dove egli prenda spunto o se i suoi personaggi gli somiglino. L’argomento però non era mai stato sollevato, di qui l’esigenza di buttare fuori tutto ciò che ha dentro.

Il risultato di questo sfogo è nelle librerie con il nome di "On writing". Beh, allora si tratta di un manuale per addetti ai lavori! In parte credo che questa considerazione possa rispondere al vero. Forse effettivamente la molla principale che fa scattare il desiderio di acquistarlo è l’amore per la scrittura, per lo scrivere, parola dopo parola. Ciò comporta che finisca prevalentemente nelle tasche degli aspiranti scrittori che sperano di ricavarne preziose perle di saggezza. Questa trasfusione di sapere in effetti avviene, ma credere che costituisca l’unica funzione del libro è riduttivo.

Il sottotitolo è "Autobiografia di un mestiere" e la precisazione ci sta tutta. Si tratta in verità di una vera autobiografia, nel senso stretto del termine, in quanto King analizza alcuni passi della propria vita, e della gioventù in particolare, che lui ritiene siano stati determinanti per la formazione dello scrittore adulto.

Inutile sottolineare come il dispiegarsi degli eventi riesca a trasportare il lettore nella dimensione che è normalmente solita dei romanzi. Anche la vita reale nelle sue mani diventa magia, letteratura. Alcuni episodi della sua vita conducono a riflessioni circa la non agevole strada che il giovane scrittore intende perseguire, ma anche all’origine di sentimenti che riesce a rendere con innegabile spessore.

Le pagine, però, raccontano anche di un mestiere. Le indicazioni, i suggerimenti che si inseguono una pagina dopo l’altra conducono alla elaborazione di ricordi di passi letti e scritti da altri o ad analisi approfondite circa i propri: gli avverbi sono una iattura! Quanti ce n’erano in quella frase? La forma passiva rende sterile il racconto. Occorre essere diretti e semplici, così si arriva al cuore del lettore. E via via in un numero imprecisato di regole che sono scaturite dal lavoro duro, giorno per giorno, e che possono arricchire colui che intende cimentarsi in questa direzione più di tante scuole di scrittura.

Ho avuto l’impressione che nascesse come un manuale, per finire col mutare la propria natura, una splendida storia da raccontare.

arzigogolato da monicaira per perdere altro tempo prezioso alle ore 13:47 | Permalink | commenti (8)
categoria:recensioni

Heracleum blog & web tools