YUPPI!
La Giulio Perrone Editore mi ha comunicato che pubblica in un'antologia che esce a fine aprile questo mio breve pezzo erotico:
ABBRACCIAMI di Monica Caira
Le tue mani mi hanno sempre affascinato.
Non saprei dire con precisione che cosa mi piaccia di loro. Non so. Le guardo e provo l’irresistibile desiderio di accarezzarle, di far scorrere le mie dita su tutta la loro lunghezza. Inizio dal polso e poi vado giù, fino ad ognuna delle estremità. Adoro la forma delle tue unghie, il loro pallido candore. Mi piace soffermarmi sulle nocche. Le tue formano diverse pieghe in meno di quelle che scorgo sulle mie mani tese. Questa assenza di linee mi fa pensare alla giovinezza, alla forza, al verde vigore. Quasi con rammarico riporto lo sguardo sulle mie. L’idea della vecchiaia che incombe si affaccia sempre nella mia mente, ogni volta che le guardo. Solo il tuo tocco riesce a scacciare lontano questa triste sensazione del tempo inafferrabile.
Quando mi stringi i seni provo un forte fremito che mi brucia il cervello ed allora piego il collo in avanti per non perdermi quello spettacolo. Le tue mani mi accarezzano, mi torturano, non mi lasciano in pace. Ma quanta gioia! Scorrono sulla mia pelle come assetate in cerca d’acqua. Si fanno esigenti, si rincorrono quasi, in una continua ricerca del capezzolo. Le tue nocche sbiancano, ogni linea scompare, del tutto. E’ la passione che riempie i nostri corpi manifestando un’insospettabile fisicità. Le tue mani diventano più piene, turgide, se possibile. Non resisto, non posso resistere e tuffo indietro la testa. Solo così posso lasciare la bocca spalancata sull’infinito dello stupore che riesci a creare in me. Te le afferro e cerco di guidarle su ogni centimetro del mio corpo, ma la mia è un’azione vana, superflua. Loro sono le padrone! E sanno perfettamente dove andare, dove cercare, in quale piega stuzzicarmi, in quale anfratto tuffarsi. Mi sembra però di dare maggior forza al mio coinvolgimento, sovrapponendo le mie alle tue, come per dar loro l’aiuto di cui hanno bisogno. Dentro di me capisco quanto sia inutile, eppure mi fa sentire maggiormente parte di te. Se potessi farei in modo di fondere e confondere le mie parti con le tue.
I tuoi polpastrelli mi sfiorano lievi ed avverto un richiamo al quale non posso resistere. Quando diventano esigenti, rudi perfino, sento la gratitudine per te e per la vita. Vivo, palpito perché tu mi infondi l’anelito primordiale. Mi infiammo perché il tuo tocco accelera i battiti del mio cuore. Mi scoppia nel petto, non riesco a rallentare il suo ritmo. Attendo che sia tu a placarlo, a tenermi in vita. No, non è un’esagerazione. So bene che se tu non fossi lì a domarlo, il mio corpo impazzirebbe, e la mia mente con lui.
Guardo ancora le tue mani. Sono lo strumento della mia esistenza. Mi è capitato, qualche volta, di soffermarmi a pensare alla mia vita senza di te.
Vuoto, non ho intravisto altro che vuoto, assenza di colore, assenza di sapore, null’altro che grigiore senza fine.
Di tanto in tanto cerco di ricondurre me stessa alla realtà infliggendomi delle umiliazioni. Penso al ruolo fondamentale delle tue mani per me e mi prendo in giro. Sono loro che mi muovono, che decidono i miei gesti, i miei umori. Non sono niente altro che una marionetta, ecco che cosa sono. Dovrei vergognarmi di non avere midollo, di attendere che nerbo altrui mi faccia sentire eretta, ma tant’è. Non c’è via d’uscita, perché invece di provare pena per me stessa, provo gioia, penso al sorriso che mi affiora alle labbra non appena siamo insieme e non posso fare altro che assumere un’espressione che mi mostra ottusa. Se mi capita quando sono in un luogo pubblico temo sempre che gli altri possano pensare che sono improvvisamente impazzita. Ma in fondo non me ne curo. Non sanno nulla, loro, delle tue mani, del loro potere di tenere in vita e di donarne di nuova quando mi sento avvilita, affranta, alla fine.
Le tue mani sono la mia linfa. Sono solo mie.
Ecco adesso ho sentito una fitta di dolore. Proprio qui, mi ha attraversato il costato. E’ inutile quando cerco di convincermi con una bugia, il mio corpo reagisce all’istante, non mi crede, perché sa bene che non sono solo mie. Mento a me stessa per non cedere di schianto, per non lasciarmi andare alla deriva, perché so bene che non è così.
Quando le accarezzo cerco sempre di evitare l’anulare. Lo farei anche con lo sguardo, se potessi. Invece è lì, quel cerchietto d’oro che per me, per noi, rappresenta l’anello di una possente catena che non ti lascerà mai andare. E’ il simbolo delle nostra prigionia, è il cappio che stringe le nostre esistenze in maniera feroce. So bene che non reciderai mai quel legame. Un atavico senso del dovere ti impedisce di scegliere la libertà ed io ho accettato di stare vicino a te, a qualunque costo, anche nella penombra umida e fredda di questa cella d’oro.
Lui non ti lascerà mai andare, non accetterà mai l’affronto di questo amore uguale. E tu hai fatto tuo, nostro, un dolore altrui, ipotetico e futuro, che potremmo abbandonare lontano, fuori da noi stesse, all’aridità e superficialità di lui .
Non te ne faccio una colpa, non ti ho chiesto niente e non voglio che tu faccia nulla di cui potresti pentirti.
Voglio vivere così all’infinito, sfiorata dalle tue mani che rincorrono i miei brividi.
Perché ti amo.
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