lunedì, 18 agosto 2008

TAVOLA ROTONDA

Si è svolta la prima tavola rotonda alla quale io abbia partecipato nella mia vita. E questo è un primo punto. Il secondo che mi induce a fare qualche riflessione è che la stessa si svolgeva sul mio romanzo.

Avevo intorno a me, sul palco, quattro relatori ed il padrone di casa, il Sindaco Dott. Pietro Volante, il quale mi ha messo a mio agio con un’ospitalità ed un’attenzione completa e sincera.

Ha iniziato il Professor Gerardo Vacana. E’ uno storico, appassionato delle nostre tradizioni culturali, è un poeta, un saggista. Ha ripercorso la storia della mia Pietra accentuando la "questione femminile" che innerva tutto il romanzo, sottolineando i particolari che più l’hanno colpito: il nome che ho dato alla protagonista con tutto il significato intrinseco che questo acquista all’interno della vicenda, l’asserzione che nella realtà contadina non fossero ammesse volgarità gestuali o orali, benché afflitti da un’infinita povertà, la descrizione della distruzione e della ricostruzione post-bellica, il significato dei personaggi più importanti, facendo da ultimo riferimento all’influenza greca nell’importanza assegnata al fato ed alla sua invincibilità. Ha concluso il proprio intervento definendo il romanzo una grande metafora che vede il giovane, attaccato al denaro, perdente, di fronte all’antico, mosso da altri valori e per questo vincitore.

Io mi sono sentita solo di asserire che la metafora è riferita esclusivamente ai valori contrapposti, indipendentemente dall’età dei personaggi che li esprimono. Ma era solo un'annotazione; ero troppo commossa ed onorata dal discorso del Professore.

La parola è poi passata al Professor Leo Leoni, docente dell’Università del Molise nella Facoltà di Scienza dell’Educazione. Già solo con la presentazione mi sono intimorita. Lui ha esordito e ripetuto più volte un aggettivo: "inquietante". Mi sono preoccupata e per un attimo ho pensato di scendere e di andarmene a casa. Poi ha spiegato. L’elemento che più lo aveva colpito era il mio interrogarmi su questioni che appartengono ad ogni tipo di comunità, benché io lo abbia fatto calando la vicenda nella realtà contadina del mio paese nel secondo dopo-guerra. Ha parlato di Dostoevskij e di predestinazione dei singoli, e io mi sono sciolta, ha affermato che nonostante il nichilismo di facciata il vero messaggio del testo consisteva in una speranza nel genere umano, nella possibilità di farcela; a quel punto ero già completamente liquefatta.

Il terzo relatore era il Dott. Donato Rufo, psichiatra. Ho avuto timore per tutta la serata che affrontasse l’agire della mia Pietra con un’impostazione patologica: la tipa non ci stava tanto con la testa. Di qui il passo a dire che ogni autore mette qualcosa di sé in ciò che scrive, mi sembrava troppo breve e già intravedevo due tizi in camice bianco entrare dal portone in fondo alla sala. Non ha detto niente di simile ed ho ritrovato una certa comoda posizione sulla sedia. Pietra subisce una forte violenza perché deve rinunciare al suo essere femminile, già a partire dal nome che le viene imposto. E’ narcisista: insegue il suo scopo senza scrupoli verso gli altri, senza mai avvicinarsi al sentimento della felicità, a partire dall’infanzia negata.

Da ultimo ci sono state brevi notazioni da parte del Dottor Domenico Cedrone, antropologo, esperto di tradizioni popolari. Ha voluto sottolineare la prima folgorante impressione che ha avuto leggendo del Dottor Giuseppe. Pare che la vita del mio personaggio si avvicini in modo sorprendente a quella di Giuseppe Moscati, beatificato, originario delle nostre parti. Credeva che ne avessi studiato la vita per attribuire le sue opere al mio "dottor Giuseppe", ma trattasi di incredibile coincidenza, benché nel libro quel personaggio sia deputato a rappresentare il trascendente, l’imponderabile positivo che c’è nell’universo, il bene assoluto. Pietra infatti verso l’epilogo commenta nei confronti del dottor Giuseppe: "Senza saperlo mi ero imparentata con la mia coscienza". Un brivido mi ha percorso la schiena.

Eppoi, udite, udite, si è scatenato il pubblico! Sissignore, ho detto la mia su quanto avevo ascoltato nel corso della serata ed ho potuto vedere diverse manine che si alzavano. Ho pensato: "forse devono andare in bagno", ma non avendo io l’aspetto della maestrina dalla penna rossa ho dovuto subito tornare sulla mia prima impressione e dare loro la parola.

Che emozione! Non solo avevano ascoltato che si parlasse del mio libro per quasi due ore, ma non ne avevano ancora abbastanza e volevano saperne di più, dire la loro, illustrare le sensazioni che loro avevano registrato durante la lettura. Finché non ci sono stati gli interventi anche di chi confessava: "Premesso che non ho ancora letto il libro, …". Mi dicono – i relatori e gli organizzatori che di tavole rotonde ne hanno fatte e viste parecchie - di non aver mai registrato domande da parte di un pubblico che afferma candidamente di non sapere quasi nulla dell’argomento trattato, ma di essere stato sufficientemente incuriosito da quanto di andava dicendo, tanto da voler chiedere dei chiarimenti per poi apprestarsi alla lettura in un secondo tempo. Mi hanno consigliato di ritenermi molto soddisfatta.

Quando siamo usciti dall’Auditorium pioveva a dirotto, ma io non me ne sono accorta. Alla cena che ne è seguita ho solo detto – rivolta a tutti i professori che avevano parlato quella sera – che avevo sentito spesso dalle loro labbra frasi del tipo "l’autrice forse inconsapevolmente ha detto", "l’autrice inconsciamente ha affermato" e mentre li avevo fatti passare pronunciati davanti ad un pubblico, nel caso avessi udito lì altri avverbi di pari significato mi sarei tolta una scarpa e l’avrei tirata in fronte al commentatore di turno. Gli spaghetti alle vongole sono andati giù che è un piacere e nessun tacco a spillo ha preso il volo.

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martedì, 05 agosto 2008
COSI' POCO...

Sono andata con la mia famiglia in montagna, a Prati di Mezzo.
Siam saliti in tarda mattinata: non siamo degli esperti, noi.
Era mezzogiorno quando, lasciata la macchina nel parcheggio della vasta pianura, ci siamo incamminati per inerpicarci su quella che era "la direttissima", per intenderci la salita utilizzata dallo ski-lift.
E' stata dura, perché le piogge dei giorni scorsi non avevano avuto il tempo di evaporare e nelle zone d'ombra si era creata una scivolosa poltiglia.
A tratti ho temuto che i bambini potessero essere in difficoltà, ma non si sono arresi mai.
Quando si arriva alla stazione a monte dello ski-lift, ci si trova di fronte una nuova salita, meno ripida. Siamo stati tentati di imboccare la panoramica - come se avessimo gli sci ai piedi - e tornare giù, ma abbiamo desistito ed insistito, scalando anche l'altra piccola altura.

Appena scavalcato l'ultimo dosso, abbiamo avuto sentore di cosa debba essere il Paradiso. Cime si alzavano ed inseguivano in ogni dove, animali mansueti consumavano il loro pasto, il sole indorava noi e l'immensità.

Abbiamo piegato verso destra per aggirare la cima e tornare al punto di partenza.
Abbiamo camminato per circa un'ora e mezza, superando il piccolo altarino chiuso con lucchetto dopo che mano ignota e priva di decenza aveva più volte sottratto la statua della Madonnina.

A valle abbiamo consumato saporitissimi panini all'ombra delle conifere e bevuto l'acqua gelida che sgorga spontaneamente lì, a 1.700 metri.

Poi mi sono distesa su un plaid in compagnia di un ottimo libro mentre Pa' ed i miei figli facevano volare gli aquiloni.
In sottofondo giungevano le fantastiche note di un complesso di ragazzi, giovani, bravissimi: avevano unito il ritmo della taranta con la zampogna e le percussioni al massimo, fin nelle budella.
Ho sospirato e sfiorato con gli occhi di nuovo la corona di cime che ci proteggevano, ho sorriso alla mia famiglia ed ho sentito cos'è la felicità.
arzigogolato da monicaira per perdere altro tempo prezioso alle ore 18:08 | Permalink | commenti (3)
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